La psicoanalisi ai tempi del coronavirus

Nel marzo 2020 la normalità della vita quotidiana viene sconvolta dal lock down imposto dal Governo per far fronte alla pandemia del Covid 19.
Come psicoanalista, mi sono trovata nella necessità di continuare ad occuparmi dei miei pazienti nella particolarissima situazione di condividere il disagio dell’emergenza sanitaria e la clausura, con tutti loro. Inoltre, l’aver aderito all’iniziativa di Pronto Soccorso Psicologico messa a disposizione dal Ministero della Salute, mi metteva in contatto con persone del tutto sconosciute, con l’apprensione e la curiosità che mi generava questa esperienza nuova.
Il lavoro che segue è la riflessione e la descrizione di quanto vissuto.
(Relazione presentata al Convegno di Penne (Pescara) “Confini”, svoltosi nel settembre 2020 presso la Sala Consiliare del Comune)

Solitudini
Isaac Asimov nel 1957 scrisse “Il sole nudo”. In questo romanzo fantascientifico l’Autore immagina un futuro su un altro pianeta – chiamato Solaria – in cui si vive isolati nelle proprie case, separate dalle altre case da grandi distanze …. Ognuno però dispone di un certo numero di robot, al proprio servizio, che provvedono a tutti i bisogni. Si incontrano di rado con gli altri esseri umani, in genere preferiscono “vedersi” tramite un grande schermo che trasmette immagini olografiche. Questa trama, letta tantissimi anni prima, mi è tornata in mente a marzo, nei primi giorni del lockdown, quando, in una realtà surreale, abbiamo dovuto adattarci a incontrarci sugli schermi e a non poter andare in giro liberamente. Quello che mi aveva colpito, quando lessi il libro, era stata la sensazione di solitudine che mi avevano evocato queste vite, direi come rarefatte, in cui ci si relazionava soprattutto con macchine. Sofisticati robot, ma pur sempre macchine. Curiosamente, ma non tanto, proprio il problema dell’isolamento è stato il “tema” che mi si è presentato nel primo dei miei contatti di “Pronto Soccorso Psicologico”, nei panni di un ragazzo di circa 25 anni che si è trovato ad affrontare la solitudine della clausura aggravata dalla contemporanea fine di una storia d’amore. Questa “doppia difficoltà” aveva sollecitato, forse risvegliato, un forte bisogno di approvazione in lui, il quale mi esprimeva la necessità di venire rassicurato sulla propria bontà di fondo, sul suo essere un bravo ragazzo di buoni sentimenti. Com’era possibile che lui, ragazzo d’oro, fosse stato lasciato dalla sua ragazza? Il mio intervento è stato diretto ad ampliare il panorama dal binomio affettivo “bravo ragazzo-lasciato senza motivo”, facendomi raccontare qualche episodio che per lui poteva aver incrinato l’incanto di quel bellissimo rapporto. Sono emersi così alcuni racconti di cui era cosciente, ma che sembravano “fatti non digeriti”, o privi di importanza, incomprensibili per lui e per questo messi da parte. A questi io ho cercato di restituire un senso e un valore tali da rendere pensabile e intellegibile l’esperienza di essere stato lasciato in quanto nella relazione qualcosa non aveva funzionato.Questo intervento è sembrato utile, almeno a giudicare dall’umore espresso nella voce del ragazzo – dapprima depresso e accorato, poi addirittura gioioso e scherzoso mentre mi raccontava di alcune lezioni che seguiva online. Sembra sia stato di grande aiuto per lui poter trasformare l’ipotesi di una “colpa”, sua o della sua ex, in una ipotesi di disarmonia tra differenti personalità, prospettiva che rendeva molto più accettabile la fine del rapporto. Questa piccola stampella offertagli al telefono sembra avergli permesso di uscire dalla prostrazione di una sofferenza in cui si sentiva vittima o carnefice, potendo considerare la questione da una angolazione diversa, più ampia e meno persecutoria. L’isolamento, per il Covid, è stato qualcosa di traumatizzante. Sigmund Freud in “L’avvenire di un’illusione” (1927) fa notare che “per quanto riescano pochissimo a vivere isolati, gli uomini avvertono tuttavia come un peso opprimente ciò che viene loro richiesto dalla civiltà al fine di rendere possibile una vita in comune”. Rovesciando il concetto senza cambiarne il significato, potremmo dire che, mentre la vita di ogni giorno ci opprime in una certa misura, l’isolamento forzato ci è risultato molto peggiore e ci ha costretti a mettere in campo nuove energie e ci ha spinti ad utilizzare spazi e tempi diversi e insoliti per noi. Questa importante limitazione ci ha anche permesso di sperimentare nuove dimensioni per portare avanti la nostra professione, all’interno della grande frustrazione e preoccupazione che stavamo vivendo.

Tecnologia e creatività
Nondimeno, l’aver potuto mantenere la dimensione “gruppale” della professione clinica attraverso il confronto con i colleghi de Lo Spazio, mi ha fatto sentire comunque il sostegno di una comunità scientifica che come me si stava cimentando in dimensioni mai sperimentate prima dalla psicoanalisi.
In passato altri avevano fatto uso di mezzi tecnologici, ma il giudizio su queste iniziative era scettico, critico. “Non è la stessa cosa!” era la frase più pronunciata … Invece in questa occasione abbiamo fatto di necessità virtù … E mi ha stupita la prontezza di reazione in me e nei miei colleghi, anche in coloro cui la tecnologia risultava ostica …
Questa pandemia penso abbia anche dato l’opportunità di esprimere una creatività e una flessibilità difficilmente immaginabili senza il Covid. Non solo per noi analisti.
Tra i miei pazienti qualcuno ha autonomamente ricreato la disposizione classica del lettino con la voce dell’analista alle spalle, posizionando lo smartphone in modo che riprendesse la scena come durante le sedute “in presenza”. Altri si sono sdraiati ma tenevano il cellulare davanti a sé. Un altro passeggiava nella sua stanza. Altri non li vedevo, in quanto la riservatezza necessaria alla seduta poteva essere raggiunta solo in qualche stanza dove la ricezione online era difettosa e funzionava meglio la linea telefonica ordinaria.
Spazio alla creatività! Situazione nuova, adattamento nuovo! Per noi e per i pazienti che, non negando la novità della situazione, si sono adattati creativamente anche in base alle proprie peculiarità caratteriali.
Il lavoro analitico è andato avanti comunque. Credo che anche i pazienti avessero maturato un setting interno che ha permesso di continuare a rapportarci come quando ci trovavamo nella stessa stanza.
Devo dire che, con un quid di incertezza in più, il mio setting interno mi ha sostenuta anche nel rapporto con persone mai viste e conosciute prima … e l’esperienza di ”Pronto soccorso psicologico” mi ha fatto capire quanto l’ottica analitica, maturata negli anni della nostra formazione continua, si confermi una modalità adatta ad affrontare il disagio umano anche in setting non ortodossi e, in questo caso, mai esplorati prima: in piena pandemia, con mezzi tecnologici moderni, in emergenza e avendo a disposizione un numero limitato di sedute.

L’esperienza di Pronto Soccorso Psicologico
Nell’esperienza di Pronto Soccorso, mi sono lasciata guidare dalle parole di chi mi contattava, dall’angoscia che mi comunicava. Nel qui ed ora ho cercato di afferrare il tema emergente e comprenderlo insieme alla persona al telefono, dargli un nome, renderlo pensabile, proporre una prospettiva.
Una donna aveva richiesto il nostro aiuto in quanto aveva subìto il lutto della madre per Covid e aveva bisogno di essere aiutata ad elaborare questa sofferenza, collegata anche a delicati fatti del passato che avevano riguardato il rapporto non facile tra madre e figlia.
Un’altra donna, già sofferente di una fobia per i contagi per alcune malattie infettive importanti, immersa nel clima terrorizzante della pandemia, peggiora moltissimo e si isola pur vivendo in una famiglia affettuosa e teme di impazzire.
Queste due donne mi hanno preoccupata. Le loro storie drammatiche mi hanno commossa e mi son trovata a fantasticare sulla possibilità, ormai accessibile, di continuare il lavoro con loro anche oltre i 4 colloqui previsti. Una di loro mi ha piacevolmente stupita per la capacità di cogliere e utilizzare le mie parole: la stampella è stata sufficiente anche per lei ….
L’altra ha diminuito il comportamento fobico, ma avrebbe avuto bisogno di continuare i colloqui … e mi è sinceramente dispiaciuto salutarla non potendola lasciare in buone mani nel servizio pubblico, che lei aveva già sperimentato non trovando giovamento.
Concludendo, io credo che l’esperienza vissuta dilati moltissimo i confini della psicoanalisi e ci spinga a valorizzare il genere di intervento sperimentato, a distanza e sull’emergenza, e ad aprire un dialogo coi colleghi psicoanalisti per approfondire e migliorare questa prospettiva. Confrontarci augurandoci che simili interventi possano essere ripetuti nel futuro, ora che abbiamo potuto verificarne il valore.

Roma, 22 settembre 2020